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Padroni a casa nostra

Perché a Nordest siamo tutti antipatici

Gli abitanti del Nordest sono davvero così antipatici come si dice? Freddi, spenti, saccenti e poco affabili? Intolleranti e chiusi nei loro pregiudizi, ossessionati dagli schéi (soldi), facili al lamento e incapaci di lasciarsi andare alla gioia di vivere? Si tratta di un luogo comune o c’è un fondo di verità in tutto questo?

Gian Mario Villalta, che in quella terra ci è nato e non ha mai smesso di viverci, dopo aver scoperto con sorpresa e rammarico che la cattiva fama dei “nordestini” si è ormai diffusa anche tra amici insospettabili, ammette a denti stretti che gli interessati hanno le loro responsabilità. E dà così vita a una riflessione rigorosa e leggera al tempo stesso sulle ragioni storiche che hanno alimentato il malessere in quest’area del Paese così vitale per l’economia.

L’anomalia del Nordest, suggerisce Villalta, si può forse riassumere nel contrasto della sua centralità economica e la sua marginalità rispetto alla politica nazionale e al sistema dei media. Una marginalità che genera insoddisfazione, una certa diffidenza e una bella dose di autoreferenzialità della cultura locale. Ma alla base di questo disagio c’è una storia complessa. Quella di un mondo contadino, povero e angusto – ma dotato dei suoi punti di riferi-mento e del suo rassicurante buonsenso (la vocazione ai “sacrifici”, l’etica del “debito” e della “colpa”) – brutalmente travolto da uno sviluppo economico tanto impetuoso quanto tardivo, dispensatore di benessere e di opportunità, ma pieno di zone d’ombra. Un’epica del progresso “fuori tempo” che si è realizzato attraverso gli scontri generazionali tra padri e figli. Uno sviluppo irrequieto e scomposto, in cui il sistema dei valori non è riuscito a tenere il passo dei mutamenti economici e sociali, in cui non si è stati capaci di trovare un equilibrio tra il vecchio e il nuovo.

Villalta, per riannodare i fili di una vicenda solo apparentemente “locale”, ma che riguarda invece la storia di tutto il nostro Paese, si affida a ricordi personali, alla sua esperienza di docente, a suggestioni letterarie e geografiche e a storie di paese. […]. Storie minime, forse, ma che raccontano, meglio di ogni riflessione, chi siamo diventati.

Saggio: pag. 8
Conosco Albisola, Chieti e Piazza Armerina, non solo perché il maestro Pelus (pronuncia Pelùs) ci esercitava con la cartina muta, ma perché ho sempre avuto interesse e, se la parola non disturba, amore per l’Italia. Da trent’anni, girando il nostro Paese, sento collocare Pordenone in Trentino e Udine in Veneto, però “lassù, vicino all’Austria”. Come dire che Trapani è “vicino all’Africa”, ma se lo dici sei il solito veneto razzista. Sei un veneto, naturalmente, perché il Friuli è ancora per buona parte degli italiani un’espressione poetica (nel migliore dei casi). A proposito: si pronuncia Friùli, non Frìuli.

Ho anche incontrato, è vero, una quantità di uomini e di donne (c’erano state per il “giura-mento”) che sapevano dove si trova Pordenone e come si arriva a Udine, conoscevano Spilimbergo, Casarsa della Delizia, persino Tauriano, Pontebba e Ugovizza: un terzo dei maschi italiani ha fatto il servizio militare in Friuli Venezia Giulia, finché era obbligatorio per tutti. Ma non c’è stato neppure un Totò che abbia fatto di uno di questi posti la sua Cuneo*.

Un lampo di comprensione negli occhi di qualcun altro accompagnava la frase:”Quelli delle lavatrici”. Oggi che la lavatrice è diventata un elettrodomestico banale (e l’Electrolux Zanussi è in crisi da anni) non accade neppure quello.

E’ frustrante dover dire “vicino a Venezia”, per poi assistere a un’imitazione della parlata dialettale ricalcata sui film degli anni cinquanta, dove i veneti erano sempre la serva e il carabiniere. E l’interlocutore non è solo il tassista, è un insegnante, non è il cameriere, è un giornalista, uno scrittore. Un intellettuale.

“Non so quanti italiani conoscano Cividale, la più bella città del Friuli, che conserva l’impronta longobarda più di Pavia” scrive Guido Piovene nel suo Viaggio in Italia, proseguendo con osservazioni e dichiarazioni che sono un vero invito è ancora valido. Inutile prendersi la briga di aggiungere altri nomi di cittadine, di località storiche e naturalistiche: questi luoghi per la maggior parte degli italiani non esistono. Sono soltanto “il Nordest”, dove tutti scorrazzano con i puzzolenti Suv dalla fabbrichetta alla discoteca, dalla sagra del porcello xenofoba al raduno secessionista.

Chissà perché, gli chiedevo infervorandomi, se in altre parti d’Italia accade qualcosa di brutto o diciamo pure di orribile, ci sono sempre spiegazioni (non oso dire giustificazioni) da attribuire alle circostanze storiche e alle deficienze della politica. E’ il disagio sociale, il degrado, una lunga storia di soprusi. Tutto questo si trasforma in compianto e afflato di simpatia per la “gente” (altra categoria astratta) costretta a subire tutto ciò. Quella stessa “gente” che, per fortuna, sa porre rimedio a tanta iattura – come dimostrano le sit-com e le fiction televisive – grazie all’attitudine simpaticamente italiana per l’aggiustarsi, con un po’ di collusione e un pizzico d’intimidazione, in barba alle leggi e alle regole.
Per il Nordest non è così.
Se riguarda il Nordest, insistevo, qualsiasi magagna o schifezza meritevole di arrivare alla cronaca, dal peculato allo stupro, è presentata con questa etichetta: riflette il modo di vivere, anzi di essere, di quella “gente”. E’ chiaro che chiunque, da quelle parti, ammaz-zerebbe il padre e la madre per spendersi i soldi in discoteca. E’ la loro natura che è infetta. Se per ora l’ha fatto uno solo, è il caso acuto e conclamato di un’epidemia ormai diffusa tra tutta la popolazione. Mi spiego?
Straparlavo, lo so, ma a volta l’irritazione sopprime anche l’ultimo residuo di autoironia.
Mi fossi fermato lì. Macché. Credo di avergli chiesto per quale motivo avremmo dovuto essere spensierati, affabili e spiritosi. Con una certa animosità, gli ho assicurato che non mancavano le ragioni per recriminare, dato che un’area così vasta e produttiva è collegata ai centri del potere e del controllo mediatico peggio di quanto lo sia l’Aspromonte. Le strade sono un inferno e i treni sono un disastro. Non c’è un giornale o una televisione che arrivi oltre i confini della provincia. Non abbiamo voce. Non siamo mai stati capaci di pretendere dalla politica quello che ci spettava – credo di essere riuscito a dire anche questo,  in puro stile recriminatorio secessionista – perché ce l’hanno data a bere fin dall’ottocento, assicurandoci che eravamo cittadini italiani, quando non si è trattato di altro che di un’annessione concordata con gli eredi della dominazione veneziana ed austriaca.

*La battuta è: “Sono un uomo di mondo, ho fatto il militare a Cuneo”