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Begegnung mit Autoren

Nato nel 1953 a San Paolo, in Brasile, Fabio Pasian si è laureato a Trieste, città dei suoi genitori, dove attualmente vive. Dal 1978 al 2018 ha lavorato all’OATS (Osservatorio Astronomico di Trieste) nel campo delle tecnologie informatiche applicate all’astrofisica, dove ha coordinato un gruppo di oltre 30 scienziati ed ingegneri. Ha lavorato (anche con ruoli di coordinamento) in progetti che hanno fatto scoperte importanti, come il team di Planck, vincitore del premio Gruber per la cosmologia (che in questo campo corrisponde a un premio Nobel).

Dopo questa breve introduzione viene naturale chiedersi: che cosa spinge una persona che ha dedi-cato la vita a raccogliere ed elaborare i segnali che provengono dall’universo a diventare uno scrittore? Glielo chiederemo di persona, ma già ora vi posso assicurare che non è necessario avere conoscenze scientifiche per leggere Fabio Pasian. Una delle sue caratteristiche predominanti è infatti proprio la capacità di mettere sempre l’essere umano con i suoi grandi e piccoli drammi in primo piano. Sebbene nelle sue pagine sia evidente una cultura vasta ed eclettica, sono le vicende quotidiane, le emozioni, i dubbi esistenziali e le scelte, a volte inevitabili, impulsive, coraggiose o tragiche, altre volte più facili a coinvolgere il lettore in un universo molto terreno e tangibile. I personaggi che popolano le sue storie risultano vivi e immediati, grazie a dialoghi realistici e stringenti, e a riflessioni e qualità in cui spesso è possibile immedesimarsi.

In contesti che spaziano dal famigliare a quello storico, dalla carriera imprenditoriale a quella sportiva, si incontrano persone di ogni età, provenienza ed estrazione sociale, ciascuna alle prese con un mo-mento particolare della sua vita, in cui avviene qualche cosa di importante, decisivo, talvolta miste-rioso. “Un racconto è come uno specchio appannato dal vapore della doccia, o una finestra in un fred-do giorno d’inverno, in cui si crea un varco, con la mano o il soffio del phon, per vedere chiaramente qualche dettaglio”, così l’autore presenta la sua raccolta Oltre il vetro appannato. E in effetti vi troviamo personaggi colti in un attimo significativo, spesso di svolta, che li farà fare un passo avanti, gli darà una risposta oppure semplicemente li mostrerà così come sono, in un ritratto senza filtri di abbellimento.

Il forte odore di alcool che un ragazzo percepisce al suo rientro a casa, segno che il padre è già tornato e nuovamente ubriaco, fa presagire un dramma famigliare che si ripete da tempo. Ma il protagonista del racconto “La scala di Mohs” (Oltre il vetro appannato) ha diciassette anni ormai e, se finora ha subito la violenza del padre, trova la forza di reagire nel momento in cui capisce di dover proteggere la madre. L’attimo di vita in cui l’autore coglie questa famiglia è colmo di dolore. È una scena ricorrente, una gabbia in cui il ragazzo si sente intrappolato. Simbolo di questo ristagno è il materiale della scala di Mohs (scala di durezza dei materiali) che il ragazzo non riesce a ricordare. Il nome di questo minerale gli verrà in mente solo quando troverà la forza di sbloccare la situazione, ed è una parola che fa riflettere: apatite…

«È questa l’ora di tornare?» aveva detto la voce arrochita. E giù botte con la cinghia, come tante altre volte prima di quella. Stavolta però si era levata anche la voce implorante della mamma: «Mario, ti prego, lascialo stare, non sono neanche le otto, e poi oggi pomeriggio ha studiato, è bravissimo a scuola… »
«Non me ne potrebbe fregare di meno, a diciassette anni dovrebbe andare a lavorare e guadagnarsi il pane, come me» aveva detto la voce.
«Più che il pane, tu ti guadagni il vino…».
Le botte erano finite come d’incanto. Passi pesanti e incerti in direzione della cucina. Aveva aperto gli occhi e aveva visto quel mostro, con un coltello in mano, avvicinarsi alla mamma. Era allora scattato come se dovesse recuperare un pallone vagante, giusto in tempo per deviare il colpo. Avevano lottato per qualche istante, poi un fendente lo aveva colpito al volto. Ma suo padre si era sbilanciato, e per lui era stato facile spingere quella figura barcollante a terra. Aveva preso la mamma per un braccio ed erano fuggiti a rotta di collo giù dalle scale…”

Un genere diverso di svolta viene raccontato in “Confini”, anch’esso contenuto nella raccolta Oltre il vetro appannato, in cui una ragazza jugoslava ed un ragazzo triestino si incontrano a Schwangau, durante un progetto di volontariato nel 1970. Trentasette anni dopo sono ancora insieme, questa volta sulla Piazza della Transalpina a Gorizia, stracolma di gente, la notte in cui viene definitivamente eliminato il confine che divideva in due parti, quella slovena e quella italiana, la piazza e la città. Il modo in cui i due si sono conosciuti tanti anni prima è emblematico:

«Raccontami del tuo nonno irredentista» chiese Marija. L’accontentai volentieri. Nonno Giuseppe era un musicista molto apprezzato, primo violino di fila presso l’orchestra del teatro lirico di Trieste. Si sentiva profondamente italiano e aspirava alla liberazione della città dall’oppressione austriaca. Veniva regolarmente arrestato prima di ogni manifestazione, per evitare che potesse turbare l’ordine pubblico. Allo scoppio della prima guerra mondiale era stato richiamato sotto le armi nell’esercito austriaco e spedito nelle retrovie, a Maribor, a lavorare per la sussistenza. Siccome era una brava persona e, nonostante le simpatie irredentiste, era assolutamente innocuo, il suo capitano aveva preso a benvolerlo, al punto di chiedergli di insegnare a suonare il violino a suo figlio, cosa che nonno Giuseppe aveva volentieri fatto. Un solo motivo non gli aveva mai voluto insegnare: La Serbidiola, “Serbi Dio l’Austriaco Regno”, l’inno nazionale dell’Austria-Ungheria.
«Ti hanno mai detto come si chiamava il capitano?» chiese Marija.
«Certo. Era il capitano MitjaKarelič. Mio nonno ne parlava sempre come di una persona eccezionale» risposi.
Sorrise. «E tuo nonno si chiamava Giuseppe Matiassi.»
Ero basito. Assentii.
«Mitja Karelič era mio nonno. Era un ufficiale dell’esercito austriaco, aveva fatto l’accademia militare a Vienna. Ci aveva raccontato di un musicista triestino, bravissima persona di grande dirittura morale. Quando qualcuno in famiglia parlava male degli italiani, mio nonno si arrabbiava. Non generalizzate, diceva, prendete Matiassi ad esempio: italianissimo, addirittura irredentista; probabilmente la miglior persona che io abbia conosciuto.»
«Le persone sono persone, non ha importanza da che parte di un confine stanno» dissi.
«Hai ragione», mi buttò le braccia al collo. «I nostri nonni hanno scavalcato i confini per vivere le loro vite. Noi siamo dei predestinati, noi i confini dovremo abbatterli.»

Ci baciammo. …

Oltre alle numerose collaborazioni a pubblicazioni nel campo dell’astrofisica, Fabio Pasian ha pubblicato il racconto Fanes (2009, con gli acquerelli di Riccarda De Eccher), il romanzo breve Letto 8B (2010, finalista al Concorso Letterario “Città di Recco” 2011), i racconti Ritratti con cane (primo premio al Concorso Letterario “Città di Melegnano” 2011), Al di là del vetro appannato (2013), Sette Racconti (nel volume fotografico Senza far rumore - Viaggio in Porto Vecchio di Neva Gasparo, 2013).

Si è inoltre classificato ai primi posti in varie edizioni di Concorsi letterari indetti o patrocinati da Il Club degli autori.

Carolina Fabricci