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Buchpräsentationen

Vajont. Quelli del dopo
di Mauro Corona

Dott. Carolina Fabricci
Freitag, 22. November 2013 16:30 Uhr
Dante Alighieri Gesellschaft
Gasometergasse 12
9020 Klagenfurt

Sono passati ormai 50 anni dalla sera del 9 ottobre 1963. Allora una frana dalle dimensioni gigantesche precipitò nel bacino della diga del Vajont, costruita tra i pendii di una stretta valle che, dall’estremità occidentale del Friuli Venezia-Giulia sbocca nel Veneto, in corrispondenza del Piave e del paese di Longarone. La violenza delle due enormi ondate, provocate da una massa compatta di circa 270 milio-ni di metri cubi di rocce, non riuscì ad abbattere la diga, ancora oggi intatta e fra le più alte al mondo. Tuttavia, dopo che la prima ondata, a monte, ebbe spazzato via le località situate sulla riva del lago, sfiorando i paesi di Erto e Casso, la seconda scavalcò la diga, precipitandosi a valle. La stretta gola del Vajont compresse la massa di oltre 25 milioni di m3 d’acqua, aumentandone in modo impressionante la velocità. Longarone scomparse in pochi istanti, insieme ad altre frazioni limitrofe, e quasi 2000 abitanti.

Di questa catastrofe si parla e si discute ancora oggi intensamente, non soltanto perché da poco ne è stata celebrata la cinquantesima commemorazione. L’argomento è attuale anche perché si è trattato di una chiara violazione dei diritti civili degli abitanti coinvolti. Quando ancora si sarebbe potuto evitare il disastro, non furono ascoltate le denunce di giornalisti e le proteste locali, non furono comunicati dalla società costruttrice i preoccupanti rapporti dei rilevamenti geologici agli organi di controllo. Quanta sofferenza si sarebbe potuta risparmiare. Quante volte un simile schema si è ripetuto nella storia dell’umanità.
In quei giorni di 50 anni fa Mauro Corona frequentava la scuola media di Longarone. Il suo paese natio, Erto, si era salvato per poco dalla catastrofe. Ma ora che la sua scuola non c’era più, Mauro venne mandato per tre anni al collegio Don Bosco di Pordenone. Lontano da casa e dai suoi boschi, lo accompagnarono in quel periodo la nostalgia ed il senso di prigionia, nonostante il sostegno di alcuni sacerdoti salesiani, che lo incoraggiarono allo studio.
Per le ristrettezze economiche della famiglia, la sua via verso la scultura non passò attraverso un’accademia d’arte. Egli, però, aveva già avuto un suo primo, insostituibile maestro: il nonno intagliatore. Da lui aveva appreso i segreti del legno, delle qualità nascoste di ogni albero, e della vita del bosco, che imparò ad ascoltare. Dopo aver affinato la sua tecnica per dieci anni presso il geniale artista di Falcade Augusto Murer (1922-1985), Mauro Corona è divenuto, da intagliatore per diletto di mestoli e ogget-ti casalinghi, uno dei più apprezzati scultori lignei d’Europa. Per le sue figure si ispira alle forme e alle cose che lo colpiscono durante meditabonde passeggiate tra i boschi della Val Vajont.
La carriera di scrittore iniziò più tardi, con la pubblicazione di alcuni suoi racconti sul quotidiano “Il Gazzettino”. Oggi Mauro Corona ha al suo attivo una quindicina di libri, tra i quali “Il volo della martora” (1996), “Le voci del bosco” (1998), “Finché il cuculo canta” (1999) e Vajont. Quelli del dopo (2006). In particolare quest’ultimo, in cui l’autore ripercorre la catastrofe con l’espediente narrativo di un gruppo di amici che chiacchierano in un’osteria di Erto, sarà oggetto della prossima presentazione nell’ambito del ciclo Leggi tu che leggo io.