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Buchpräsentationen

Cesare Pavese

Mag. Monia Letizia
Freitag, 24. Oktober 2014 17:00 Uhr
Dante Alighieri Gesellschaft
Gasometergasse 12
9020 Klagenfurt


Con la fine della seconda guerra mondiale e la conseguente riconquista del senso della libertà si apre una nuova fase nella storia letteraria italiana segnata dalla tendenza ad una rappresentazione realistica, problematica e impegnata della vita e della società. Tale esigenza si manifestò anzitutto nel cinema detto neo-realista, con registi come De Sica, Visconti e Rossellini.
Cesare Pavese, nato nel 1908 a Santo Stefano Belbo nelle Langhe in provincia di Cuneo, è considerato il caposcuola del Neorealismo letterario italiano, che, riallacciandosi al Verismo (corrente letteraria della seconda metà dell’Ottocento), imprime nell‘opera letteraria un impegno profondo verso la vita intrisa di valori morali, civili e sociali. Cesare Pavese trascorse quasi tutta la vita a Torino, prima come studente di Lettere e Filosofia e poi come principale consulente della Casa Editrice Einaudi.
Profondo conoscitore della letteratura anglo-americana, contribuì con la sua opera di traduttore e critico ad un rinnovamento culturale e morale dell’Italia appena uscita dalla guerra facendo conoscere autori come Andersen, Dos Passos, Hemingway, Melville e Joyce. Per la sua impronta antifascista fu mandato nel 1936 al confino in Calabria, nello stesso anno uscì il suo primo volume di poesie Lavorare stanca, dove già sono presenti i temi ricorrenti in tutta la sua produzione letteraria: il ricordo dell’infanzia, le Langhe, gli ambienti popolari della periferia torinese a cui si aggiungeranno più tardi la delusione verso la vita cittadina, della sua borghesia vuota e falsa.
Pavese cercò sempre di uscire dal suo isolamento di letterato attraverso l’impegno politico, ritenendo che un artista non debba isolarsi, ma combattere per una società più giusta e civile. Non  riuscì tuttavia mai ad essere quell‘uomo nuovo che avrebbe voluto, schiacciato dalle delusioni, dall’amarezza e dal vuoto della vita.
Delle sue opere ricordiamo: Paesi tuoi, La casa in collina, La bella estate, La luna e i falò, Dialoghi con Leucò e il diario postumo Il mestiere di vivere dove il 16 Agosto 1950annotava: „La mia parte pubblica l’ho fatta – ció che potevo. Ho lavorato, ho dato poesia agli uomini, ho condiviso le pene di molti.“ E poi ancora il 18 Agosto: „Non parole. Un gesto. Non scriverò più“. Il 27 agosto finì i suoi giorni suicida in una camera d’albergo della sua Torino.
Il romanzo breve Tra donne sole venne pubblicato nel 1949 in una trilogia di cui facevano parte Il diavolo sulle colline e La bella estate, vincitore quest’ultimo del Premio Strega nel 1950. Tra donne sole è la storia di Clelia, una donna che vuole e riesce a bastare a se stessa con il suo lavoro e guarda e giudica cinicamente la società cittadina della borghesia torinese del dopoguerra. Nel 1955 Michelangelo Antonioni ne trasse un film dal titolo Le amiche.

Qui l’incipit del romanzo:
Arrivai a Torino sotto l’ultima neve di gennaio, come succede ai saltimbanchi e ai venditori di torrone. Mi ricordai che era carnevale vedendo sotto i portici le bancarelle e i bacchi incandescenti dell’acetilene, ma non era ancora buio e camminai dalla stazione all’albergo sbirciando fuori dei portici e sopra le teste della gente. L’aria cruda mi mordeva alle gambe e, stanca com’ero, indugiavo davanti alle vetrine, lasciavo che la gente mi urtasse, e mi guardavo intorno stringendomi nella pelliccia. Pensavo che ormai le giornate si allungavano, e che presto un po’ di sole avrebbe sciolto quella fanghiglia e aperto la primavera.
Rividi così Torino, nella penombra dei portici. Quando entrai nell’albergo non sognavo che il bagno scottante e distendermi e una notte lunga. Tanto, a Torino ci dovevo stare un pezzo. Non telefonai a nessuno e nessuno sapeva ch’ero scesa a quell’albergo. Nemmeno un mazzo di fiori mi attendeva. La cameriera che mi preparò il bagno mi parlò, china sulla vasca, mentr’io giravo nella stanza. Sono cose che un uomo, un cameriere, non farebbe. Le dissi di andarsene, che bastavo da sola. La ragazza balbettò qualcosa, fronteggiandomi, scrollando le mani. Allora le chiesi di dov’era. Lei arrossì vivacemente e mi rispose ch’era veneta. – Si sente, - le dissi, - e io sono torinese. Ti farebbe piacere tornare a casa? Annuì con uno sguardo furbo.
-  Fa’ conto allora ch’io qui torno a casa, - le dissi, - non guastarmi il piacere.
-  Chiedo scusa, - mi disse. – Posso andare?