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Italien vor der Wahl

Alle prossime elezioni politiche austriache le liste dei candidati saranno con molta probabilità 6: un record per questo Paese, dove i partiti finora rappresentati nel Parlamento erano stati al massimo 4, diventati 5 nel 2005, in seguito alla scissione del Bzö dall’Fpö. Ma per un certo periodo, negli anni ’80, erano stati soltanto tre.

Non sappiamo ancora quanti saranno i partiti che saranno chiamati a formare il nuovo Parlamento in Italia, dove le elezioni si terranno il 24 e il 25 di febbraio. Sappiamo però quanti erano entrati a far parte alle precedenti elezioni, nel 2008: undici, moltiplicatisi negli anni successivi in seguito a scissioni. Già dal numero si può comprendere quanto più complessa e tormentata sia la situazione politica italiana, che deriva dalla dimensione del Paese, con una popolazione otto volte quella dell’Austria, ma anche e soprattutto da ragioni storiche e culturali.

Mentre l’Austria di oggi è “ciò che resta” del vecchio impero absburgico, per usare la definizione di Georges Clemanceau, un’area tutto sommato omogenea, l’Italia è un puzzle di regioni con storie, culture, tradizioni molto diverse tra loro, ancora presenti, benché siano passati 150 anni dall’unificazione del Paese. Questo spiega la complessità del quadro politico che Omar Monestier, direttore del Messaggero Veneto di Udine, cercherà di spiegare il 5 febbraio, ospite della “Dante Alighieri” a Klagenfurt.

Per comprendere meglio le sue parole, potrà essere utile conoscere almeno a grandi linee la situazione esistente, che nasce dalle precedenti elezioni, svoltesi nell’aprile del 2008. Allora, come abbiamo detto, i partiti in lizza furono 11, di cui tre riuniti in una coalizione di centrodestra (con leader Silvio Berlusconi), tre in una coalizione di centrosinistra (con leader Walter Veltroni) e altri quattro partiti minori che avevano scelto di non aderire a nessuna delle due coalizioni.

Al voto prevalse la coalizione di centrodestra, con 344 deputati eletti su 630 alla Camera e 174 eletti su 315 al Senato. La coalizione di centrosinistra ottenne 247 deputati e 134 senatori. Occorre dire che il sistema bicamerale italiano differisce da quello austriaco.

In Italia esistono una Camera dei deputati, analoga al Nationalrat austriaco, e un Senato che, a differenza del Bundesrat austriaco, ha le stesse identiche competenze della Camera. Tutte le leggi devono essere approvate da entrambe le camere, che si differenziano soltanto per il numero dei componenti, per l’età (per candidarsi al Senato è richiesta un’età maggiore), per il meccanismo elettorale e per il regolamento che ciascuna Camera si è dato autonomamente.

Alle elezioni del 2008, dunque, prevalse la coalizione di centrodestra, guidata da Berlusconi, che ottenne la maggioranza in entrambe le camere. Partito guida era il Pdl (Popolo delle libertà), cioè il partito di Berlusconi, che aveva annesso An (Alleanza nazionale), il partito di Gianfranco Fini, nato dall’evoluzione in chiave democratica dell’Msi, fino agli anni ’90 partito di aggregazione del neo-fascismo italiano. Partecipavano alla coalizione la Lega Nord di Umberto Bossi, movimento autonomista molto radicato nelle regioni dell’Italia settentrionale, e il Movimento per l’autonomia (Mpa), speculare alla Lega, perché rappresentante l’autonomismo nelle regioni meridionali italiane.

La coalizione di centrosinistra, sconfitta alle elezioni, era guidata dal Partito democratico (Pd), formato da ex comunisti, ex democristiani ed ex socialisti e socialdemocratici; dall’Italia dei valori (Idv), movimento fondato da Antonio Di Pietro, ex magistrato di “Mani pulite” ispirato a principi di legalità; e dalla Südtiroler Volkspartei (Svp). La coalizione, nel suo insieme, aveva ottenuto 247 seggi alla Camera e 134 al Senato.

Va precisato che la Svp, in realtà, non aveva aderito organicamente alla coalizione di centrosinistra, volendo qualificarsi soltanto come rappresentanza della minoranza di lingua tedesca nel Sud Tirolo, al di fuori delle tradizionali collocazioni di destra e sinistra. L’adesione era stata data soltanto per esigenze connesse alla legge elettorale: nelle due sezioni elettorali dove la sua forza era consistente, si era presentata da sola; laddove invece era debole e non avrebbe superato la soglia di voti per vedere eletti i propri rappresentanti aveva accettato di aggregarsi alla coalizione del Pd.

Va detto ancora, che la Svp, che ha come riferimento in Austria l’Övp, è politicamente e ideologicamente più vicina alle forze politiche del centrodestra italiano. Paradossalmente, però, le sue istanze di autonomismo e di tutela della minoranza hanno sempre trovato maggiore ascolto nelle forze politiche italiane di centrosinistra.

Al di fuori delle due coalizioni, nel 2008, riuscirono a far eleggere propri rappresentanti nel Parlamento italiano soltanto altri tre movimenti: l’Unione di centro formata da ex democristiani non disposti ad aggregarsi con Berlusconi (36 deputati e 3 senatori), la Svp di cui s’è già detto (2 deputati e 2 senatori), il Movimento italiani all’estero (1 deputato e 1 senatore) e la Valle d’Aosta (1 senatore).

L’aggregazione di molti partiti in coalizioni era motivata dall’esigenza di superare la soglia di voti richiesta per entrare in Parlamento, soglia che alcune forze politiche, da sole, non avrebbero raggiunto. È quel che è capitato, per esempio, ai Verdi, ai partiti dell’estrema destra, ai partiti neocomunisti, che volendo correre da soli, non hanno ottenuto voti sufficienti e sono stati esclusi dal Parlamento. Così anche le forze politiche eredi del Partito comunista italiano – che negli anni del dopoguerra era stato il più forte partito comunista nell’Europa occidentale – per la prima volta non sono state rappresentate nel Parlamento uscente.

Il quadro che abbiamo descritto risale all’aprile 2008, cioè al giorno del voto. Da allora i rapporti di forza nel Parlamento si sono sensibilmente modificati. Oltre cento parlamentari hanno cambiato partito o si sono dichiarati indipendenti. Una componente del Pdl, guidata da Gianfranco Fini, in conflitto con le scelte politiche (e private) di Berlusconi si è scissa, dando vita a un nuovo movimento di centro denominato Futuro e libertà per l’Italia” (Fli). La coalizione di centrodestra, che nel 2008 era largamente maggioritaria, si è indebolita con l’andar del tempo, determinando la paralisi del governo Berlusconi, che nel novembre 2011, anche a causa della grave crisi economica del Paese e degli scandali emersi nella vita privata del suo leader, è stato costretto a farsi da parte, lasciando spazio a un governo di tecnici, guidato dall’economista Mario Monti, presidente dell’Università Bocconi di Milano e già commissario dell’Unione Europea.

Il governo Monti ha potuto contare sul sostegno dei due partiti maggioritari, il Pdl e il Pd, normalmente antagonisti, fino alla metà del novembre scorso, quando il Pdl gli ha tolto la fiducia, determinandone con ciò la caduta, lo scioglimento delle Camere e il voto anticipato (sia pure di un solo mese rispetto alla scadenza naturale). Alla crisi di governo è seguita una fase politica molto complessa, che per molte settimane non ha consentito di capire quali forze politiche si sarebbero presentate alle elezioni, con quali candidati presidenti e con quali alleanze tra loro. Una situazione dovuta all’incertezza sulla decisione di Mario Monti di scendere lui stesso in campo, schierandosi da una o dall’altra parte, dopo essere stato per oltre un anno capo di un governo tecnico “al di sopra delle parti”.

Il quadro nel frattempo si è andato delineando e il 5 febbraio, a meno di venti giorni dal voto, il direttore del Messaggero Veneto potrà darcene una descrizione dettagliata.

Nella primavera di quest’anno si terranno anche le elezioni regionali nel Friuli Venezia Giulia. Alle precedenti elezioni, il 13 aprile 2008, i risultati furono i seguenti:

Pdl (Popolo delle libertà) 33,02%, 21;

Pd (Partito democratico) 29,93%, 15;

Lega Nord 12,93%, 8;

Udc (Unione democratici di centro) 6,15%, 4;

Sinistra Arcobaleno 5,65%, 3;

Cittadini per il presidente 5,09%, 2;

Idv (Italia dei valori) 4,49%, 2;

Partito pensionati 1,51%, 1;

Slovenska Skupnost 1,24%, 1.

Marco di Blas